FOLLI APPUNTI DI LETTERE APOCRIFE

Aggiornato il: 7 nov 2019

Leggo spesso libri sulla follia e vado a visitare ex-manicomi. Sono matto?

Qualche pagina dal mio taccuino.

Ippocrate, l'autore accreditato del libricino Sul riso e la follia, non ha realmente scritto le lettere raccolte nel libro che ho preso in prestito in biblioteca. Queste lettere sono apocrife, ma non per questo le trovo meno interessanti.


Cosa sto scrivendo

Scrivo racconti, ma scrivo anche appunti. Tipo questi che vedete in foto riguardano lo scambio di lettere tra Ippocrate e i cittadini di Abdera.

Queste lettere fanno parte del tomo IX delle opere del geniale medico della Grecia antica che ha trasformato l'approccio mitico alla cura dei mali del corpo in metodo scientifico. Sono lettere apocrife, non le ha scritte davvero Ippocrate in persona, e contengono alcune inesattezze storiche. Ma la vicenda che raccontano è così potente che ce ne possiamo fregare della veridicità dei fatti. Del resto non attiviamo la modalità di sospensione del nostro giudizio ogni volta che leggiamo un racconto o un'opera non autobiografica? Inquadriamole come fiction e via, ok?


L'antefatto

Democrito, il famoso filosofo greco vissuto nella città di Abdera intorno al 400 a. C., è il protagonista di queste lettere. Gli abitanti di Abdera scrivono a Ippocrate, che abita a Kos, per chiedergli di andare nella loro città a curare l'uomo che fino ad allora avevano ritenuto il più saggio, Democrito appunto. Dicono che da qualche tempo non fa altro che ridere di tutto, sia che gli si parli di cose stupide che di cose serie e moralmente riprovevoli, tipo assassinii e casi di disgrazie.


Il punto è che gli Abderiti sono famosi da sempre nell'antichità per essere un popolo di proverbiale stupidità, e Ippocrate lo sa bene. Ma nonostante questo decide di farsi recapitare via nave un carico di essenza di Elleboro. È la pianta che gli antichi usavano per curare le malattie mentali, vedi il caso Melampo. Quel fiore che vedete nella pagina a destra dei miei appunti è un fiore di Elleboro, appunto. L'ho disegnato in una pausa di lettura, mentre facevo bollire l'acqua per un tè alla menta. Mi sono preso bene a forza di leggere queste storie di medici e rimedi antichi. State attenti però: se trovate una pianta di Elleboro, non toccatela. È tossica, perfino nella parte delle radici. Bisogna usare un metodo specifico se si vogliono raccoglierne le parti utili.


Quindi Ippocrate arriva ad Abdera e gli abitanti lo portano ad osservare gli strani comportamenti di Democrito. Lo trovano su un prato, intento a prendere appunti su alcuni organi di animali morti che aveva dissezionato. Ed è vero quello che dicevano gli Abderiti: Democrito ride conversando con Ippocrate, ride tanto da sembrare un matto. Eppure c'è un colpo di scena.


Rovesciamento della prospettiva

Il vero folle risulta essere il medico mentre il vero terapeuta, in questa storia, è il paziente. E chi ci assicura che questa prospettiva non sia corretta anche per altri casi di follia molto più recenti?

Ci sono 2 lettere, in particolare, che mi hanno colpito.


Una è quella che Ippocrate indirizza a Filopemene, che è un cittadino di Abdera pronto a ospitare il medico quando si reca in città per curare Democrito. Ippocrate, in questa lettera preliminare, dice che dai comportamenti che gli Abderiti attribuiscono a Democrito, non gli sembra facile capire se il filosofo sia un vero folle o un vero saggio. Perché i pazzi e i saggi hanno spesso in comune una ambivalenza del comportamento.


Un'altra è quella in cui finalmente Ippocrate racconta del suo incontro con Democrito.

Abdera e i suoi abitanti, a questo punto, diventano paradigmatici quando il filosofo ne parla e ne ride. Potrebbero benissimo essere abitanti e città di oggi. Contemplando i suoi concittadini ha scoperto che le loro esistenze sono edificate su cattiveria, avidità, smania di ricchezza e successo. Sono persone piene di passioni che rendono malati.


Democrito fa notare a Ippocrate che gli uomini «rivaleggiando in odio, danno battaglia ai loro fratelli, ai loro genitori, ai loro concittadini, tutto questo per beni di cui nessuno morendo rimane padrone; si massacrano a vicenda; incuranti delle leggi, guardano dall'alto i loro amici o la loro patria in difficoltà; attribuiscono valore a ciò che è indegno e inanimato; dilapidano tutte le loro ricchezze nell'acquisto di statue, col pretesto che l'opera scolpita sembra parlare, ma detestano chi parla davvero».

E ancora dice: «Si va a cercare l'oro e l'argento, si esaminano le tracce di polvere e le raschiature, si ammucchia qui la sabbia che si era estratta di là, si aprono le vene della terra, si spaccano le zolle per arricchirsi; della nostra madre terra si fa una terra nemica. Certuni comperano cani, altri, cavalli; circoscrivendo un vasto territorio, gli impongono un marchio di proprietà; e volendo diventare padroni di grandi possedimenti, non riescono a padroneggiare se stessi


E qui sta la grandezza di Ippocrate: riconoscere queste come parole di saggezza e interiorizzarle a tal punto da capire che il matto qui non è Democrito, ma è lui stesso, insieme a tutto il resto degli uomini, perché tutti sono prigionieri di comportamenti insensati.


Un anti-depressivo per Democrito?


Come si sarebbe comportato uno psichiatra o uno psicoanalista contemporaneo? Avrebbe cercato una lesione cerebrale o avrebbe provato ad operare una sostituzione di atti psichici inconsci con atti psichici coscienti in una seduta con Democrito disteso su una chaise-longue?

Gli avrebbe prescritto un antidepressivo perché incapace di accettare le convenzioni sociali su cui si edifica il comportamento delle nostre città e dei loro abitanti?

Non so. Ma anche voi potete fare qualche ipotesi, no? Magari nei commenti, se vi va.

Io adesso la smetto di scrivere, che sto impazzendo. Alla prossima.

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