AVEVO TRE ANNI, ERO FOLLE

Aggiornato il: 22 set 2019

Lo so, è da pazzi parlare di manicomi. Ma non è che io mi senta particolarmente normale. Quindi ne parlo qui. Non di me, dei manicomi.

Il manicomio dei bambini di Alberto Gaino

Angelo è un sopravvissuto. È stato internato a Villa Azzurra all'età di tre anni.

Villa Azzurra è uno dei padiglioni degli ex manicomi di Torino, chiuso definitivamente nel 1979. Ma per Angelo quella è una caserma, altro che villa. Una caserma gestita da suore e da quello che lì dentro chiamavano lo psichiatra elettricista, Giorgio Coda.



Cosa sto leggendo

IL MANICOMIO DEI BAMBINI di Alberto Gaino.

Alberto Gaino è un giornalista, lavora per La Stampa.

Si occupa di cronaca giudiziaria e quando va in pensione trova il tempo per dedicarsi alla scrittura del libro Il manicomio dei bambini, edito da Gruppo Abele Edizioni.

Qui racconta storie che a leggerle può venire una reazione allergica al genere umano, da quanto sono repellenti.

Il punto è che non sono storie nel senso di fiction. Sono storie nel senso di vita accaduta, documentata, elettroshockata.


Anni '50.


Angelo, di cui Gaino parla nel Prologo del suo libro, è davvero un bambino quando arriva in manicomio. Ha tre anni. Il padre abbandona moglie e figlio e scompare subito da questa storia. Cioè dalla vita vera di Angelo. La madre lavora come operaia in una maglieria e non è in condizione di crescere il figlio da sola. Si rivolge a un centro di assistenza di Torino, ma l'assistente che si occupa del suo caso decide che Angelo deve essere internato.

Invece che andare a finire in un istituto per bambini poveri, ma ritenuti normali, Angelo si ritrova a Villa Azzurra. Che cosa aveva fatto di male? "A quell'età di male potevo aver fregato solo i ciucci all'asilo" (Gaino, p. 17), dice lui.


Per capire davvero come si finiva a Villa Azzurra c'è un intero capitolo del libro da leggere (Gaino, pp. 56-64). Si trattava di un intreccio malsano tra medici senza scrupoli, condizioni sociali svantaggiose della famiglia di provenienza dei bambini, e una Legge (Legge 36 del 1904) dei primi del '900 che semplificava la questione della malattia mentale a tal punto da far perdere la dignità e i diritti a chiunque venisse giudicato deviato.


Il problema è che una volta dentro, dice Angelo, se fai qualcosa che non va, le suore ti ritengono un bambino oppositivo e il tuo curriculum si macchia. Che cos'è un oppositivo? È un bambino che, per evitare punizioni esagerate, si rifugia dove può. Tipo Angelo si rifugiava nella camera mortuaria di un ospedale psichiatrico, per esempio, o scappava sulle grondaie di un tetto.


Ma non basta. A quattro anni Angelo fa un upgrade. Da oppositivo diventa un vero e proprio ribelle, e quindi viene legato al letto o al termosifone. Questo solo perché si permette di rispondere a tono se viene maltrattato.



Sulla base di quale legge s'internavano le persone fino a prima del '78?


Negli anni '60 ci si poteva rifare alla Legge del 1904 per le disposizioni riguardo ai manicomi e c'era una formula specifica (Articolo 1 della Legge) con cui si predisponevano gli ingressi forzati delle persone in queste strutture.


La dottoressa Luisa Levi, ad esempio, fece ricoverare un bambino che non aveva ancora compiuto tre anni marchiandolo testualmente come "Pericoloso a sé e agli altri". Questa è esattamente la formula dell'art. 1 della Legge del 1904, con cui si poteva decidere abbastanza liberamente del destino altrui.


Nel 1968 viene emanata la Legge 431, o Legge Mariotti, che è il terreno su cui si prepara la svolta della futura Legge Basaglia di dieci anni dopo. Con la Legge Mariotti si riconsce, per la prima volta, che il malato può avere una coscienza della propria malattia, si ammette che sia un essere pensante.


La centralità della persona sarà poi il cardine della Legge 180, scritta da Franco Basaglia, promulgata nel 1978. A questo proposito, Basaglia diceva: "M'interessa più il malato che la malattia".


Incipit

Avevo tre anni quando un'assistente sociale mi portò a Villa Azzurra, che di quel colore non aveva proprio nulla. Ci finii perché quella buona donna di mia mamma mi aveva avuto da un uomo che della paternità se ne infischiò allegramente. Lei era giovane e sola.

Inizia così, in modo dirompente, Il manicomio dei bambini.

Siccome Angelo è un ribelle e alza la voce se viene trattato male, ecco che viene chiamato il dottor Coda per dargli la scossa. Giorgio Coda era definito da molti a Villa Azzurra lo psichiatra elettricista, per l'uso improprio che faceva dell'elettroshock.


Nell'arco della sua permanenza lì, Angelo ha subito 52 elettroshock.


Ma i suoi occhi non hanno mai smesso di vedere ciò che succedeva intorno a lui. Quando non è legato al letto Angelo si accorge che "c'era l'infermiere che si prendeva e si portava, dove solo lui sapeva, le bambine più sviluppate. Che avevano tredici anni, ma anche undici", (Gaino, p. 19). Si accorge che la suora caporeparto copre gli abusi dell'infermiere, e viene a sapere dopo anni che quelle stesse bambine non si erano più viste in manicomio perché erano rimaste incinte.



Il presente e i nuovi alienati


Il libro non racconta solo del passato, ma anche del presente. E s'interroga sul futuro, con molti dati alla mano, aggiornati al 2016.


Gaino si chiede se l'emergenza più attuale non sia quella dei minori che sbarcano "soli sulle nostre coste dalle bagnarole della speranza". È possibile che fra quei bambini e quegli adolescenti ci siano i nuovi portatori di traumi e stress personali che potrebbero tradursi in disagio mentale?


Nell'ultimo capitolo si parla di Riace come di quel Comune di Reggio Calabria che ha aperto la strada alla protezione dei rifugiati e che consente ai nuovi cittadini, su richiesta del sindaco, di svolgere attività di utilità sociale, rendendo così queste persone parte di un tessuto sociale che tenta di integrarle e di far vivere loro esperienze di reciproca assistenza.



Consigli di lettura folli


Mica è finita qui. Sto leggendo altri libri sul tema della follia e dei manicomi. E, se anche voi vi sentite un po' matti, ve ne consiglio due.


Uno molto analitico sotto forma di reportage, Matti in libertà di Maria Antonietta Farina Coscioni (Editori Internazionali Riuniti) e uno altrettanto interessante ma un po' più leggero, Borderlife di Antonella Ferrera e Francesco Bruno (Baldini Castoldi Dalai edizioni). In quest'ultimo ci trovate anche le follie di Edgar Allan Poe e quelle del marchese de Sade, così, per dire. Ma anche quelle di Van Gogh.


Chiudo questo post proprio con una lettera di Vincent Van Gogh al fratello Theo. Una lettera che fino a non molti anni fa avrebbe potuto scrivere anche qualsiasi altro internato a Villa Azzurra, per esempio.


«Ti scrivo in piena presenza di spirito e non come un pazzo, ma come il fratello che ti vuol bene. Eccoti dunque la verità. Un certo numero di persone di qui hanno indirizzato al sindaco una petizione che mi definiva persona non adatta a vivere in libertà, o una cosa del genere. Il commissario di polizia o il commissario centrale hanno dato perciò l’ordine di internarmi di nuovo. Eccomi quindi qui per lunghi giorni sotto chiavi e chiavistelli e guardiani in cella, senza che sia provata e neppure provabile la mia colpa.»

(Lettera a Theo van Gogh, Arles, lunedì 19 marzo 1889)



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